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Il Rifugio prende il nome da " Don Umberto Barbera “, nato nel 1883 e, preso il sacerdozio nel Seminario di Albenga, diplomato maestro elementare e quando venne realizzato il Centro di scuola di religione, di educazione e cultura (ora Opera del Sacro Cuore in Albenga), il fondatore Don Isola lo volle al suo fianco, tanto aveva dimostrato ardore giovanile, capacità di attrazione e di colloquio, autorevolezza e profondo senso di servizio. Ha trascorso la sua vita con i giovani per i giovani, sino al 1947 quando si è spento lasciando la comunità di Albenga. Ha portato i ragazzi alla montagna, ad assaporare la fatica dell'ascesa, la gioia della vetta conquistata, il godimento di panorami, entusiasmandosi per la bellezza della natura. Aveva insegnato ad ascoltare la voce del bosco, il silenzio delle rocce, la sinfonia del cuore che batte per la meta raggiunta. Il Club Alpino Italiano di Albenga aveva intitolato a Don Umberto Barbera il Rifugio sorto molti anni or sono in questo luogo, ora che il vecchio Rifugio è stato sostituito da uno di nuova struttura.

14 ottobre 2023: Pizzo d'Ormea 

26 agosto 2018: Anello alla Conca di Piaggia Bella 2212m




LI HANNO RITROVATI SOTTO 3 METRI DI NEVE

VIOZENE (CUNEO) - La montagna ha restituito ieri mattina i poveri resti dei nove speleologi liguri e piemontesi che da domenica erano dispersi sul massiccio del Marguareis, nell' alta Valle Tanaro. Facevano parte di una spedizione di dodici persone partita venerdì da Carnino, un paese vicino alle grotte che volevano esplorare. Travolti da una valanga, i nove erano sepolti sotto tre metri di neve. Sergio Acquarone, Aldo Avanzini, Roberto Guiffrey, Marino Mercati, Luigi Ramella, Mauro Scagliarini, Stefano Sconfienza, Flavio Tesi, Paolo Valle, sono stati scoperti dai cani antivalanga del Soccorso alpino e della Guardia di finanza nella gola della Chiusetta, quasi nello stesso punto in cui morirono in una bufera alcuni partigiani durante la Resistenza. Erano distanziati l’uno dall' altro in uno spazio di circa cento-centocinquanta metri, al fondo di un canalone, a quattrocento metri dalla grotta Labassa. I nove appassionati di speleologia, sicuramente non dei principianti, erano riemersi dalle grotte che avevano esplorato fra mezzogiorno e le prime ore del pomeriggio di domenica. Accortisi che le condizioni atmosferiche erano drammaticamente peggiorate (nevicava da sabato sera, ininterrottamente), invece di restare in grotta hanno evidentemente pensato di poter raggiungere in breve tempo il paese da cui erano partiti due giorni prima. Una fretta, forse, dettata soprattutto dalla preoccupazione di non impensierire troppo i familiari e di potere essere puntuali al lavoro lunedì. Dalle grotte, sono usciti verosimilmente suddivisi in tre gruppi: prima quattro persone, quindi tre, poi gli altri cinque. Con loro non portavano alcuna apparecchiatura rice-trasmittente, perché avevano sempre detto non volevano essere ostacolati nelle discese da oggetti troppo voluminosi. La tragedia si è quindi consumata in pochi attimi. Pochi spaventosi minuti. Ad un tratto, infatti, mentre i dodici stavano cominciando la discesa attraverso l’inferno bianco, dalla gola della Chiusetta si è staccata una valanga che deve avere provocato anche altre slavine. Gli speleologi sono stati travolti da una gigantesca montagna di neve. Soltanto tre di loro, il torinese Pier Claudio Oddoni, e i genovesi Andrea Bixio e Alessandro Maifredi, sono riusciti a salvarsi tornando in grotta. Ad uccidere i nove è stata probabilmente l’asfissia dovuta alla neve penetratagli nei polmoni. In attesa delle perizie medico-legali, non si esclude, comunque, l’ipotesi di una morte per assideramento. Il primo ritrovamento è avvenuto verso le 9. Dopo la tormenta dei giorni scorsi, che aveva rese difficili e pericolose le ricerche per gli stessi soccorritori, ieri, sulle montagne di questo lembo di Piemonte proteso verso la Liguria e la Francia, splendeva il sole e il cielo era d' un azzurro limpidissimo. Visto il tempo, abbiamo fatto il punto della situazione e così le ricerche sono state indirizzate in un punto preciso, dove pensavamo potessero trovarsi gli speleologi, racconta con voce rotta dall' emozione e dalla stanchezza Gino Ghiazza, responsabile del Soccorso alpino di Mondovì. All' alba, si sono alzati in volo tre elicotteri, due del Piemonte Elisoccorso e uno della Securité Civile di Nizza che aveva risposto subito all' Sos lanciato dagli italiani. Gli elicotteri hanno trasportato, a più riprese, nella gola della Chiusetta, a circa 1800 metri di altitudine, una settantina di uomini del Soccorso Alpino, con otto unità cinofile, oltre a una squadra di finanzieri con un cane antivalanga. E i cani hanno fiutato, sotto la massa di neve, i corpi dei nove, che facevano parte di una spedizione di dodici persone che, venerdì, aveva lasciato il paese di Carnino per inerpicarsi in una delle zone speleologiche più suggestive e ricche d' Italia. Secondo una ricostruzione ancora sommaria, a essere individuati per primi sono stati i cadaveri dei torinesi Flavio Tesi, 28 anni, Mauro Scagliarini, 36 anni, Roberto Guiffrey, 30 anni, e quello del genovese Aldo Avanzini, di 28 anni. Successivamente, quasi in una sorta di macabra fila indiana, a mano a mano che le squadre e i cani si avvicinavano alla grotta Labassa (esplorata per la prima volta proprio dal Gruppo speleologico di Imperia, di cui facevano parte tre delle vittime), sono stati rinvenuti i resti degli imperiesi Luigi Ramella, 43 anni, Marino Mercati, 33 anni, e del savonese Paolo Valle, ventottenne. Verso le 11, l’ultimo pietoso ritrovamento: quello di Sergio Acquarone, 20 anni, imperiese, e di Stefano Sconfienza, 30 anni, torinese, che domenica erano stati travolti da una valanga mentre tentavano di scendere a valle insieme al torinese Pier Claudio Oddoni, 31 anni, e ai genovesi Andrea Bixio, 18 anni, e Alessandro Maifredi, 19 anni, gli unici tre componenti della spedizione che si sono salvati riuscendo a ritornare in grotta e ad aspettare le squadre di soccorso. Il salvataggio dei tre è stato reso possibile grazie all' allarme lanciato da un altro spelelogo, Giampiero Carrieri, torinese, che non aveva partecipato alla spedizione per un malore. Carrieri, rimasto a Viozene, quando domenica pomeriggio ha visto che il tempo stava precipitando verso una vera e propria bufera, ha avvertito il Soccorso alpino. Così, con un elicottero, Oddoni, Bixio e Maifredi sono stati notati e caricati a bordo. Degli altri non c’era già più traccia. Dalle 10.30 di ieri, e fino alle 13, gli elicotteri hanno poi portato a valle, nella camera mortuaria allestita al cimitero di Ormea, le salme dei nove speleologi. E, via via che arrivano le salme, davanti all' ingresso del cimitero si sono radunati i familiari e gli amici delle vittime della morte bianca. Una ventina di loro già domenica sera, poco dopo il salvataggio di Oddoni, Bixio e Maifredi, avevano raggiunto la località più vicina al massiccio del Marguerais, e alcuni si erano fermati all' albergo Mongioje di Viozene, dove le squadre di soccorso avevano stabilito la loro base operativa. Prima di poter entrare nella camera mortuaria, però, i parenti e gli amici dei nove speleologi hanno dovuto attendere circa tre ore al freddo. Uno sbarramento di carabinieri impediva loro l’ingresso, in attesa dell’arrivo del magistrato, un sostituto procuratore di Mondovì che, in verità, sul posto, almeno fino a tarda sera, non si è visto. Soltanto con l’intervento di alcuni familiari e del sindaco di Imperia, Claudio Scaloja, alle quattro meno un quarto i parenti delle vittime sono stati fatti passare due per volta. Da Mondovì, il magistrato aveva finalmente data l’autorizzazione. Su di loro, verso le quattro, si è anche abbattuta una piccola pioggia di neve, sollevata da un elicottero dei Vigili del fuoco atterrato per prendere a bordo una troupe della Rai. E' scandaloso il modo in cui siamo stati trattati, ha commentato con indignazione Giovanni Ramella, il fratello di Luigi. Non è stato rispettato il dolore delle famiglie. Mancava il permesso del magistrato, ma quest' ultimo l’ha dato tardissimo, ha aggiunto. E anche Renzo Acquarone, padre di Sergio, ha detto con rabbia: Non ci hanno data la possibilità di pulire e di ricomporre i corpi dei nostri cari. Perché ci hanno trattati in questo modo? Abbiamo sofferto già abbastanza, non meritavamo questo. Mentre ai familiari dei nove speleologi veniva riservato questo inspiegabile trattamento, all' albergo Mongioje, su a Viozene, gli uomini delle squadre di soccorso stavano ricaricando sci e zaini sulle auto. Nella sala da pranzo del piccolo albergo di montagna, c' è un gran silenzio, volti segnati e frastornati, sguardi inchiodati a una dura tristezza. Abbiamo fatto tutto il possibile, dicono seccamente i giovani e gli anziani del Soccorso alpino. E che abbiano fatto tutto il possibile, nessuno lo nega. Anche se sarà comunque il magistrato a stabilire se l’opera di salvataggio, purtroppo inutile, è stata condotta con tutti gli accorgimenti e gli sforzi umanamente possibili. Quando abbiamo interrotto le ricerche, martedì pomeriggio, per la tormenta e per la nebbia - spiegano i soccorritori - lo abbiamo fatto anche per evitare di fare nuovi morti. Qualcuno si spinge più là. Con una dolorosa consapevolezza dice: Anche se fossimo riusciti a trovarli prima, tempo permettendo, forse non sarebbe servito a niente lo stesso. Li avremmo trovati già morti. Ma, comunque, soltanto ieri mattina, grazie alle schiarite, siamo riusciti a individuare la zona dove erano scomparsi quei nove nostri amici. E Acquarone, Avanzini, Guiffrey, Mercati, Ramella, Scagliarini, Sconfienza, Tesi, Valle, erano davvero vecchi amici ed esperti della montagna, dell’alpinismo, delle imprese speleologiche (sei di loro erano anche membri del Soccorso alpino speleologico). In serata, le bare con i corpi dei tre speleologi di Imperia sono state trasportate nella città rivierasca, nella camera ardente allestita dal sindaco, che, durante tutta la giornata di ieri, è rimasto sul luogo della tragedia, a differenza dei primi cittadini di Torino e di Genova. In ogni caso, le salme delle altre vittime saranno trasferite entro oggi a Torino e a Genova dai familiari.

NDR …dal nostro inviato MASSIMO NOVELLI ( Archivio )

IN QUEL DIARIO IL PRESAGIO DELLA TRAGEDIA

TORINO Cronaca di un maltempo annunciato, di una bufera di neve che non è stata vinta, come tante volte, ma che invece ha ucciso. E' il racconto di un presagio di morte. Lo ha scritto Stefano Sconfienza, 30 anni, uno degli speleologi torinesi ritrovati cadaveri ieri mattina a quattrocento metri dalla grotta Labassa. Un diario pubblicato sulla rivista Grotte, il bollettino del Gruppo Speleologico Piemontese dello scorso ottobre. Proprio un anno fa, a conclusione di un’altra esperienza simile, nello stesso gruppo di tane carsiche, sul Marguareis, lo speleologo aveva descritto quel maltempo annunciato. Ecco le parole di Sconfienza: Ci sono poche cose che non ho fatto. Una di queste è perdersi nella bufera, usciti di grotta e vagare per la montagna, un numero considerevole di ore. Cronaca di un maltempo sottovalutato. Era una settimana che i preveggenti del tempo davano nevicate imminenti, ma si sa come voli in alto la nostra considerazione delle previsioni meteo. E ancora: Quel che ci frega è l’eccessiva confidenza che alcuni di noi hanno con questa montagna. Confidenza presuntuosa quella di saper percorrere il Marguareis in qualunque condizione climatica e di visibilità. Stefano Sconfienza ha descritto il pericolo della valanga e della montagna, ma anche la voglia del ritorno a casa, con il fascino forte di restare in grotta. Questa passione commenta Mauro Marucco, presidente del Soccorso alpino piemontese, amico dei torinesi e dei liguri è difficile da spiegare. Noi alpinisti non abbiamo mai chiesto ad uno speleologo perché rischia la vita sotto le montagne. Con questa disgrazia senza precedenti aggiunge il gruppo di soccorso speleologico del Piemonte e della Liguria è stato completamente decimato. Proprio loro che avevano partecipato a difficili operazioni di salvataggio in Italia e all' estero. Segnale del lutto Dice Andrea Gobetti, giornalista e scrittore di cose di grotte e di montagna: È stata distrutta una delle compagini più forti nel mondo degli esploratori del sottosuolo. Oggi non saprei proprio con chi continuare ad andare in grotta. Il segnale del lutto per la speleologia italiana arriva anche da Tullio Bernabei, romano, del gruppo imperiese ed esperto della rivista Alp: I nove morti nella conca dell’Alta Valle Tanaro erano i più preparati fra gli specialisti italiani. Fabrizio Ardito, uno dei primi ad aver pubblicato in Italia guide sul cuore conosciuto delle viscere della terra osserva: Era un gruppo con tanta esperienza: andavano in grotta da 20 anni e da 15 si calavano nel Marguareis. Ma chi erano questi uomini liberi con il casco e la lampada frontale ad acetilene, come i minatori di oggi e di una volta? Per noi erano i ragazzi del venerdì e del coraggio racconta ancora con commozione Mauro Marucco, guardando il piccolo albero di Natale alzato nella sede del Club Alpino Italiano di via Barbaroux. Venerdì scorso (giorno di riunione del Gruppo speleologico piemontese che non aveva una sede e si riuniva negli uffici del Soccorso alpino), Mauro Scagliarini e Sconfienza avevano contribuito ad addobbarlo. Personaggi conosciutissimi nel giro torinese e in quello d' Imperia e Savona, i nove ragazzi scomparsi sotto la valanga che si è staccata dalla gola della Chiusetta. L' album dei ricordi Stefano Sconfienza era ingegnere meccanico all' Iveco, ma dedicava tutto il suo tempo libero alle grotte: Il mio compagno migliore degli ultimi anni, ricorda Gobetti. Con lui, Isabella Mazza detta Beba una tradizione speleologica, quella di appioppare un soprannome agli esploratori era salita al Marguareis non più tardi di quindici giorni fa. Anche allora ci aveva sorpresi una bufera, eppure eravamo riusciti a tornare a valle senza problemi. Roberto Guiffrey, torinese, distribuiva i quotidiani. Gli amici lo chiamavano Sir Biss, come il serpente del Libro della Giungla, per la sua capacità di uscire dalle strettoie più anguste, ma anche Armando Pozzi, sottolineando la sua bravura nel preparare le corde per la discesa. Lui e Sconfienza, sottolinea Andrea Gobetti, erano i Reinhold Messner della speleologia. Mauro Scagliarini, dipendente dell’assessorato comunale all' Istruzione del capoluogo piemontese, era arrivato alle grotte dall' alpinismo. Vi si calava da pochi anni, ma aveva saputo portare in quell' ambiente tutte le sue doti di conoscitore della montagna. Flavio Tesi, di Pinerolo, in provincia di Torino, era rappresentante della Tecnoplast, che opera nel settore fotografico. La montagna, la grotta e tutto quel mondo di esplorazione e avventura si commuove la fidanzata, Silvia Baima rappresentavano uno dei suoi valori di vita. Luigi Ramella, di Imperia, era uno dei maggiori conoscitori della zona. Sono suoi i primi rilievi della grotta Labassa, pubblicati sul bollettino del Gruppo Speleologico Imperiese. Marino Mercati, imperiese pure lui, faceva parte del gruppo di soccorso speleologico. Una sua coraggiosissima operazione nelle cavità delle Alpi Marittime francesi è portata ad esempio nei corsi di preparazione degli allievi. Di Imperia era anche Sergio Acquarone, vent' anni, quasi la mascotte della spedizione sul Marguareis dei giorni scorsi. Abitavano invece a Genova Paolo Valle e Aldo Avanzini. Una vecchia volpe dice sempre Gobetti di quest' ultimo se non ce l’ha fatta lui, difficilmente si sarebbe salvato qualcun altro.

NDR …. di LEONARDO BIZZARO e ROBERTO PATRUNO Archivio


Grotta dell'Orso di Nava



 

Grotta delle Vene

 

 

 

 

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