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scoprinatura con Enzo Resta
scoprinatura in valle Grana con Enzo Resta
scoprinatura di Enzo Resta - Valle Grana
     
Valle Grana
    
La Valle Grana s’incunea tra le valli Stura e Maira sviluppandosi verso la pianura cuneese, per soli 24 km. Il tratto iniziale è caratterizzato da lievi pendii e distese boschive di castagni, faggi e conifere a quota più elevata, nel tratto mediano si presenta fortemente incassato, ma in quota si aprono estesi pascoli cui il Monte Tibert 2647 m., Cima Tempesta e Punta Test fanno da sfondo. È a Castelmagno che la valle si apre in tutto il suo fascino alpino. Le diverse borgate del paese conducono al Santuario posto a 1760 m e dedicato a San Magno, soldato della mitica legione tebea, che subì il martirio in questi luoghi, l’edificio  fu costruito tra il 1704 e il 1716. Castelmagno è anche il nome del re dei formaggi D.O.P. prodotto solo in questa zona con cui si condiscono i prelibati gnocchi di patate. È un formaggio erborinato di latte vaccino d’alpeggio dalle origini antiche (i primi documenti che attestano la sua esistenza risalgono alla fine del XIII sec.). Il lavoro secolare dei pastori e dei contadini della valle ha lasciato un patrimonio architettonico e paesaggistico di grande valore fatto di piccoli borghi, antichi sentieri e mulattiere che oggi si animano di nuova vita grazie agli appassionati di escursionismo, cicloturismo, mountain-bike ed equitazione. Uno dei più frequentati e il Colle di Fauniera o Colle dei Morti a 2.481 m. s.l.m., è un valico alpino situato nelle Alpi Cozie, il funesto nome di Colle dei Morti fu attribuito dopo una sanguinosa disfida avvenuta nel secolo XVII tra truppe franco-ispaniche e piemontesi nel valloncello poco distante (Vallone dei Morti). Mette in comunicazione la Valle Grana con il Vallone dell'Arma (vallone laterale della valle Stura di Demonte). 
     
ingresso della grotta Balma di Balmarossa
ingresso della grotta Balma di Balmarossa
    
     
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In un mondo antico, magico e possente, una strega e un silvano lottano per la supremazia…
 
Una favola è una fuga nei tempi e nei luoghi della felicità indisturbata, in un mondo in cui i destini degli uomini sono ancora governati dalle scelte dei saggi e dei giusti e la sorte premia i buoni e punisce i cattivi.
Quel mondo dai cieli sempre azzurri in cui rifulgono soli intramontabili ora non c’è più. E’ racchiuso nelle favole. Come quella che Prit d’Capèlo (Mellano Spirito cl. 1890) raccontava alla figlia Meniquìno e che Meniquìno d’Prit (Mellano Domenica cl. 1928) ha raccontato a me.
Le fiabe sono vicende senza tempo che accadono in luoghi che non esistono. Quella favola invece Prit l’aveva confinata nel suo tempo, ancorandola saldamente a quel suo piccolo mondo. Rendendola più vicina l’aveva resa più credibile.
La comba di Balmarossa, nel comune di Pradleves, è una forra selvaggia tappezzata di foreste, irta di rupi e costellata di caverne. Le sue falesie color ocra, coi soli bassi dell’alba e del tramonto, assumono bagliori rossastri. Hanno tutte un nome: lou Bèc dl’Aigo, Rocho Scourbàs, Rocho di Chòie, la Rocho Rousso, Rocho Panado, Rocho Pertusà e la tautologica Rocho Péno. La natura calcarea delle rocce ha consentito all’acqua di scolpirle erodendole in una miriade di cavità. Oltre alla Barmo Grando ci sono Barmo Tantét, Barmo Mouière, Barmo dl’Ourmant, Barmo di Masche, Barmo dal Diaou, Barmo Founso e altre ancora, ognuna con le sua dotazione di vicende vere e di storie fantastiche.
Ai margini di quel piccolo paradiso incontaminato un tempo abitavano gli uomini. Armoniosamente affratellate alla natura circostante, due piccole borgate presidiavano i crinali. I Pissoùn a est e Capèlo a ovest. Quest’ultima, a sua volta, era composta da due minuscoli insediamenti: Capèlo d’sài e Capèlo d’lài. Due scampoli di umanità divisi dal dosso erboso di ‘S Cha’Rouét. Cappella di Qua e Cappella di Là. Dipende da che punto di visuale le consideri e puoi tranquillamente invertire le posizioni. Prit era il patriarca della borgata “di qua”, mentre “di là” c’era Jacoulìn, Bertolotto Giacomo (cl. 1877), con la sua famiglia.
Quando ai pini silvestri non era ancora stato concesso di impadronirsi dei pascoli, sulle pendici di Costo Pelà Spirito pascolava il suo gregge. Giacomo invece si dedicava all’allevamento dei conigli selvatici in un ampio spazio recintato.
Come in ogni paradiso terrestre anche nella comba di Barmarossa si aggiravano presenze nefaste. Ognuno dei due patriarchi, a quei tempi, aveva le sue belle gatte da pelare.
Jacoulìn doveva vedersela con un falco che aveva fatto il nido in un anfratto di Rocho ‘Scourbàs. Veniva a ghermire i suoi conigli ad ogni ora del giorno. Quante volte l’aveva visto sollevarsi in volo con la preda ancora viva tra gli artigli! Per porre fine al massacro Giacomo aveva assoldato un manipolo di giovani della Vìlo. Ogni anno, una domenica mattina, salivano muniti di souàstre (funi di canapa), si calavano giù dalla rupe e distruggevano la nidiata. “Per la nostra borgata - ricorda Meniquìno – quello era un giorno di festa. Se per gli uomini c’era un buon bicchiere di vino, per noi bambini era l’occasione delle caramelle”.
Anche Prit, il pastore, aveva il suo diavolo da sconfiggere, ed è qui che incomincia la favola. I dìen que…Raccontano da un’infinità di tempo che la cavità di Barmo Grando, la più grande della valle, fu per molte generazioni la proibitiva dimora di una famiglia di povera gente, quella dei Pertusìn. L’ultima esponente di quella progenie di cavernicoli fu Magno Pertusìno. Isolata, misantropa, taciturna, sgraziata nel fisico e nella mente, Magno Pertusìno faceva concorrenza al demonio… i fasìo rifo al Diàou. Col suo sogghigno sinistro, menava gran vanto che la sua barma era più grande di quella del diavolo (la Barmo dal Diàou) situata poco più in là. La Chabro dal preire, l’allocco, abitava con lei e con lei divideva i misteri della notte. Non servono troppi indizi per individuare una strega. E così, nel buio del suo antro e della sua anima, Magno Pertusìno elaborava pratiche di magia ai danni del povero pastore.
Non si poteva più andare al pascolo a Costo Pelà. Quel luogo era stregato, le pecore non brucavano più…i feve butàven pu’ lou nas en tèro!… Gli animali gravidi abortivano, i feve agnelànen pu’ e i chabre chabriàven pu’. Nemmeno le galline facevano più le uova.
E poi su quella montagna succedevano disgrazie. Lo testimoniava la grande croce di legno che si ergeva in cima al Bequét. Lì un montone imbizzarrito - en bèrou que s’èro descoupà – , con una cornata, aveva scaraventato nel dirupo sottostante una giovane pastorella. Era della famiglia dei Malòt (Martini) di Chiappi di Castelmagno, che venivano a pascolare Costo Pelà e i pascoli sovrastanti. Oggi la croce non c’è più ma ne è rimasto il ricordo nel toponimo, la Crous, un po’ sotto il ripiano del Farafòi, dove quei del Tiié accendono il falò (lou farafòi) la notte della vigilia, in occasione della festa della Madonna degli Angeli.
Le sventure non finivano mai. Anche le fonti avevano smesso di zampillare. La Fountanéto, la sorgente che sgorga in un piccolo antro in cima ai Coumbalàs, sulla strada che collega Capèlo ai Pissoùn, non dava più acqua, …la Fountanéto i avìo agoutà. Impossibile abbeverare il gregge. C’era la Fountano d’Barmo Grando, poco sopra, ma vatti a fidare, con la Mascho Pertusìno che presidiava la sua grotta! L’ultima possibilità poteva essere la barmo di Cunéte. In quella grotta due piccole vasche gemelle in pietra a forma di culla raccolgono l’acqua limpida di una risorgiva carsica. Quell’abbeveratoio naturale era perfetto, ma era situato in luogo scomodo e impraticabile, e poi la strega era lì ad un passo.
Per scongiurare la cattiva magia della mascho Spirito aveva già consultato preti, frati e medicone, ma il suo potere malvagio era sempre lì, intatto, sovrastante e ineludibile.
Se è vero che in ogni fiaba c’è sempre un male da sconfiggere, un cattivo da castigare, è altrettanto vero che ad un certo punto della vicenda spunta fuori un coraggioso destinato a tale compito. Le pecore di Prit non erano più sole sui pasturàl di Costo Pelà. Alla loro custodia provvedeva da tempo un misterioso omino dal saio scarlatto. Era lou Sarvanòt dl’Ubaiét, il silvano che abitava in un canalone ombroso ai piedi dell’anfiteatro di pietra della Farquièro, alla testata del vallone di Balmarossa. La casa del silvano era una grotta che quei di Cappella chiamavano la Barmo dl’Ubaiét mentre gli abitanti dei Pissoùn la conoscevano come Barmo Founso.   
Il folletto dell’Ubaiét si era innamorato di Belinéto una delle pecore di Prit. La accarezzava, le portava il sale da leccare, la pettinava tessendo in trecce il suo lungo vello e la cavalcava, correndo felice con lei su e giù per i pascoli di Costo Pelà. I silvani sono creature semplici e primitive, che ignorano il travaglio del pensiero, la sofferenza della malattia e forse anche il dramma della morte. Di giorno frequentano territori inviolati, angoli inaccessibili della foresta. Escono dai loro nascondigli dopo il tramonto e scorrazzano, felici di essere nati, cresciuti e vissuti nella fantasia collettiva delle piccole comunità di uomini che condividono con loro i piccoli segreti tesori della montagna.
Quel giorno Spirito, al culmine dello sconforto, si vide comparire davanti il piccolo omino peloso dal berretto rosso. Più per sfogo che per opportunità gli confidò la sua sventura. Il silvano comprese il dramma e raccolse la sfida. Se ne sarebbe occupato lui. L’avrebbe stanata lui quella maliarda dalla sua caverna.…lou Sarvanòt voulìo butàlo foro. Pur nella disperazione Prit fu costretto al sorriso e all’ironia di un commento: “Sés fol! ‘N oumenàs coumo tu!... Vuoi mettere! Un omaccione come te!...”. Tuttavia decise di lasciarlo fare. Bonario e ottimista per natura, Spirito era animato da un’ostinata fiducia nella forza salvifica dell’imprevisto, una specie di piccola provvidenza laica capace di vincere il potere negativo delle cose.
Il mattino successivo ebbero inizio le ostilità. Armato di una buona dose di presunzione e di un robusto randello (en tourturòt de fraisse), animato dalla volontà di raddrizzare i torti, con rabbiosa insofferenza, quel piccolo Attila si era preparato alla sua piccola guerra. Piantato a gambe divaricate davanti alla bocca dell’antro, appoggiato alla sua clava, il silvano furente chiamò fuori la strega. “Sai foro, bruto pourcàsso! Vieni fuori, brutta megera!”. La strega uscì, si guardò intorno e, ad altezza d’uomo, non vide nessuno. Quando guardò per terra e vide l’omino rosso, le scappò uno sghignazzo… Magno Pertusìno i à fach na bafarà. Quindi quella pretendùa (presuntuosa) prese a svillaneggiarlo, parlandogli con tono insolente e baldanzoso: “Que fas-tu issì ‘nt’acò mìou?! Que vos-tu da mi, diaou de n’avurì?! Che ci fai tu nella mia proprietà?! Cosa vuoi da me, diavolo di uno sgorbio?!”. Senza perder tempo a risponderle con parole, il silvano la prese a randellate. Menava gran colpi di bastone, colpendo la strega da tutte le direzioni ma, per effetto di un sortilegio, il suo tourtouròt colpiva solo l’aria. Preso atto del fallimento del primo assalto, con un po’ di rischiosa avventatezza, il silvano adirato buttò via il bastone e si avventò sulla mascho. Anche una formica ha la sua collera. “Se vos que mi sàiou, tireme foro tu! Se vuoi che io esca tirami fuori tu! – gridava la strega - Béico avàl i à la mio chambéto, tiro mac, mi saiou! Guarda laggiù, c’è la mia gamba, tira pure, io esco!”. Afferratala per un piede, prima che lei si dileguasse nell’oscurità della sua caverna, il folletto cominciò a tirare con tutta la forza e la rabbia che aveva in corpo. Lou sarvanòt, sabè, al à nin n’oùnso d’forso, ma ‘n perfoùnt d’courage…il silvano, dovete sapere, non ha un’oncia di forza, ma ha un mare di coraggio. Tiro tiro, venìo nén! Tiro tiro, venìo nén! Tira e ritira, non veniva!
Tiro tiro, l’é na réi! Tiro tiro, l’é na réi! Tira tira, è una radice!”. “Que dìes?! Cosa dici?!” “Mi dìou pa nin, tiro mac! Non dico nulla, continua pure a tirare!”. “Tiro, tiro, l’é na réi! Tira tira, è una radice!” Que dìes bruto purcàsso?! Cosa blateri brutta megera?!” “Dìou per ajutàte a fate forso! Parlo per aiutarti a farti forza!”. Alla fine il sarvanòt diede lo strattone vincente e…si ritrovò con una radice di faggio tra le mani! “Oh lou foulét ! As bén tirà ? L’èro pa la mio chambéto, l’èro na reiséto! Hai tirato a dovere, povero scemo? Non era la mia gamba, era una radice!”.  Tutto bello e facile non esiste proprio, nemmeno nel sogno e nella favola. A castigare l’entusiasmo dello sprovveduto sfidante aveva provveduto la scaltrezza consumata della masca di Barmo Grando.
Ma il coraggioso folletto dell’Ubaiét non si perse d’animo. Istintivo e immediato come uno di quei botti a miccia corta,  tentò subito un secondo assalto. Afferrata Magno Pertusìno per l’altra gamba, riprese a tirare come un forsennato. E lei: “Tiro, tiro, l’é na réi!”, “Tiro, tiro, l’é na réi!”. Questa volta, memore del fallimento precedente, il silvano decise di non insistere e mollò la presa sconsolato.
“Oh lou foulét! Stovìnco l’èro lou miou chambét! Ma che sciocchino! Stavolta era davvero la mia gambina!”. Tre a zero per la strega. La partita si stava facendo davvero improba. Fu allora che il folletto mortificato realizzò che non sarebbero stati certo la forza fisica e il furore dell’intemperanza le armi risolutive contro quella diabolica antagonista. Mac coun la forso di bras al poulìo pa dìlo. Se voleva avere la meglio sulla strega doveva giocare d'astuzia. Dal témp quiéi aval dedìn à denà man a fai l’esbèfio…nel frattempo lei dal fondo della caverna prese a sbeffeggiarlo. Irriso e pungolato nell’orgoglio lou Sarvanòt dl’Ubaiét escogitò la mossa vincente. Il mattino successivo si ripresentò con un ricco assortimento di fischietti di salicone…al è arubà coun na manà de subiét de gourro. Nascosto tra i cespugli sottostanti la barmo cominciò suonarli uno per uno, imitando il verso di tutti gli uccelli conosciuti: lou mèrlou, lou chinchìn, l’ouriòl, la pàssero, lou touìtou…il merlo, il fringuello, il rigogolo, il codirossone, il regolo… Stanata dalla curiosità, punto debole della sua natura femminile, Magno Pertusìno lasciò il suo nascondiglio, mentre il silvano, indietreggiando non visto, come il pifferaio di Hamelin, passo dopo passo la attirava verso il bordo della rocca sottostante… pas per pas al l’à facho calar fin a la broùo de Rocho di Chòie. Era fatta! Piombatole alle spalle, con uno spintone la buttò di sotto…coun en butounàs al l’à ‘nvelà. Una volta morta, le cornacchie di Rocho ‘Scourbàs se la mangiarono… couro i è istà morto, i escourbàs i l’an manjà. Alla fine anche in questa favola la strega cattiva era stata sonoramente sconfitta.
Sembra una vicenda di mille anni fa e invece quella di Meniquìno è una storia di ieri, accaduta nella Comba di Barmarossa, un mondo antico, magico e possente, allora brulicante di vita, e che oggi fa sfoggio unicamente di bellezze e di silenzi. Oggi Costo Pelà è una selva impraticabile. Da quelle borgate gli uomini se ne sono andati. Il silvano dell’Ubaiét invece è rimasto a vigilare sul paesaggio, a custodire la sua grande solitudine, a preservare l’intatta primordialità di quel mondo indisturbato e inaccessibile,
Da quando sono fuggite le favole è sempre più difficile incontrare qualcuno capace di inseguire i voli acrobatici della sua inventiva e di condurci, col flauto magico del suo racconto, in un’escursione guidata nei territori stupefacenti della fantasia, nella dimensione lieve di una fiaba, lontano dalle angustie della realtà, là dove nascono e muoiono i sogni. 
(autore ) ... Renato Lombardo
    
     
grotta di Balmarossa
grotta Balma di Balmarossa
    
     

Alle pendici del Monte Balmarossa si apre la grotta di Balmarossa ( quota 1180 m.) nel comune di Pradleves, ha un dislivello di + 6 metri e una larghezza di 41 metri registrata a catasto con nr. 1124/CN/PI. Visitabile tutto l’anno, consulte la pagina web " Escursioni "

    
     
formaggio castelmagno
    
     

Il Castelmagno è un formaggio italiano a denominazione di origine protetta, prodotto nel territorio dei comuni di Castelmagno, Pradleves e Monterosso Grana ... (da Wikipedia)

    
     
Santuario di Castelmagno
Santuario di Castelmagno 1761 m.
    
     

SANTUARIO DI SAN MAGNO, a 1761 m. di quota, nell'alta valle Grana, sulle pendici del monte Crosetta, tra ampie praterie è adagiato il Santuario di San Magno, risalente al XV secolo. La costruzione sacra fu eretta nel luogo del martirio del Santo ed ha subito ampiamenti e rimaneggiamenti successivi: ad nucleo più antico (l'attuale cappella retrostante il coro), ampliato in tempi successivi (sec. XVI), sono stati poi aggiunti la chiesa (anno 1710) ed il caratteristico porticato (anni attorno al 1870).

    
     
CAVA DI FRISE
    
     
Cava di Frise
Cava di Frise
    
     
Cava di Frise
Cava di Frise
    
     
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Valgrana
Valgrana
    
     
Santuario di Castelmagno 1141 m.
Santuario di Castelmagno 1141 m.
    
     
facciata affrescata all'interno San Magno
facciata affrescata all'interno San Magno
    
     
Colle dei Morti
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